martedì 17 marzo 2015

Robben Island - Rabbia e Commozione

carcere di Robben island























La prima volta che ho sentito parlare di Apartheid avevo più o meno sedici anni.
In quel periodo la segregazione razziale era finalmente superata in diversi stati africani ma sopravviveva in Sudafrica, dove l'ultimo primo ministro Botha, eletto nel 1984, si opponeva a un dialogo con l'ANC (partito di Mandela). Fu in questo periodo che, finalmente, il resto del mondo prese posizione contro il regime attuando pressioni mediatiche e sanzioni economiche.
I telegiornali mandavano in onda le immagini delle sommosse di Soweto ed io cominciavo a guardare oltre il mio piccolo mondo indignandomi per ciò che vedevo. Una persona di mia conoscenza, tornato da un viaggio in Sudafrica, mi raccontava di strade divise a metà, un marciapiede destinato ai bianchi, e uno destinato ai neri, nel tempo leggendo e informandomi ho scoperto le tante assurdità di questo regime. Pura follia... il divieto, pena la reclusione, di formare coppie miste, genitori che lasciavano morire i propri figli per non farli soccorrere da infermieri di colore, bambini bianchi che se abbronzati non potevano sedere negli scompartimenti ferroviari dei bianchi fino a quando non veniva appurato che erano davvero bianchi...
Lo sapete vero che il primo trapianto di cuore è stato fatto in Sudafrica a Cape Town? Beh, pare che sia slittato perché il professor Barnard aveva a disposizione solo un cuore di donatore nero! 
Nel frattempo l'apartheid che inizialmente coinvolgeva tutti i non bianchi, lentamente aveva aperto uno spiraglio alle etnie non nere e qualcosa stava cambiando. Ma mentre lentamente cambiava per indiani, cinesi, malesi etc... per la gente "nera" se possibile peggiorava!
Imparai chi era Nelson Mandela e mi appassionai alla sua storia, nel 1990 leggo il primo libro su di lui "Nelson Mandela di Jean Guiloineau".
























Potete ben capire che per me visitare Robben island è più di un’escursione, è quasi un pellegrinaggio.
Non potevo non andare, non potevo non vedere con i miei occhi questo luogo frutto della cattiveria umana, della negazione ai diritti di vivere che tutti hanno.
Ho comprato i biglietti con largo anticipo per essere sicura di trovare posto, fine anno coincide con le vacanze estive dei sudafricani di conseguenza i biglietti finiscono in fretta, il sito Webtickets è il modo più semplice e comodo per acquistarli.
E' stato un piacere vedere in quanti vanno a visitare l'isola, tantissima la gente di colore, meno numerosi i bianchi. Peccato, avrei voluto vederne di più, ma ho saputo che organizzano visite scolastiche e questa è una buona cosa per un paese che non deve dimenticare e deve imparare a vivere nell’uguaglianza.
Il tour parte dal Nelson Mandela Gateway che si trova a Waterfront esattamente vicino alla clock tower, si può scegliere fra catamarano veloce o le barche originali che erano utilizzate per il trasporto dei prigionieri, io ho scelto una di queste.

Robben island -barca prigionieri























La traversata dura circa un’ora e il panorama di Cape Town visto dal mare è spettacolare, a mano a mano che ci avviciniamo all'isola, la mia testa ricorda tutto ciò che ha letto in merito ad apartheid, Mandela, isola e immancabilmente mi prende tristezza.

verso Robben island

















All'arrivo al molo ci accoglie una guida un po' troppo scherzosa per i miei gusti, io mi sento quasi in pellegrinaggio e trovo certe battute fuori luogo, così mi siedo sul bus che ci porta a fare il giro dell'isola carcere e guardo fuori del finestrino usando ciò che vedo per dar vita nella mia mente a ciò che ho letto. Il giro dura circa quarantacinque minuti e percorre tutto il campo passando davanti al cimitero, alla chiesa, alle celle d'isolamento al campo di lavoro, si ferma per una sosta a un baretto con panorama della baia... in lontananza la città, lo stop finale alle prigioni, dove si scende e si viene presi in "consegna" da una nuova guida che accompagna nella visita interna.

panorama su Robben island
























Questa è la parte più coinvolgente.
La nostra guida si chiama Itumeleng Makwela, è un ex detenuto politico dell'isola, arrestato nel 1982 al confine fra Botswana e Sudafrica perché attivista dell'ala militare dell’ANC; dopo essere stato torturato e sottoposto a una finta esecuzione sulla sedia elettrica, resterà in questo carcere dal 1983 al 1990.
E' lui che ci spiega come funzionava il carcere, le differenze di trattamento fra le varie razze dove i neri e soprattutto gli attivisti politici erano gli ultimi della scala. La prigione era divisa in sezioni, i prigionieri dormivano in camerate direttamente sul pavimento, solo dal 1980 vengono inserite delle brande tipo letti a castello.

carcere di Robben island - camerata























Lui che ancora parla di Mandela con riverenza, definendolo "il nostro leader" pur essendone stato compagno di prigionia per la stessa causa, ci accompagna fra i vari edifici fino ad arrivare alla tristemente famosa sezione B, di cui dice:
-questa è la sezione dei nostri leader, tutti i leader erano considerati molto pericolosi, di conseguenza non era permesso a nessuno di avvicinarsi a questa sezione, se ti avvicinavi, venivi punito.
Nella sezione B i detenuti non avevano camerate ma singole celle è qui che si trova la cella dove Mandela ha passato diciotto anni della sua vita.

Mandela - 18 anni in questa cella
































interno cella Mandela























Itumeleng Makwela parla poco di se, il racconto è di tutti, regole, frammenti di vita quotidiana, conquiste, tutto ciò di cui parla è espresso al plurale, solo una frase gli scappa al singolare, quando ci racconta delle celle d’isolamento:
- Non è bello stare in isolamento perché si è soli in una cella buia e non puoi parlare con nessuno, un solo pasto il giorno e pessimo.
Tornando subito al plurale:
- Alcuni prigionieri quando uscivano dall'isolamento erano molto malati e la luce improvvisa dopo i lunghi periodi di buio poteva accecarli.
Quanta rabbia mi sale mentre quest’uomo parla e mi vergogno perché in lui rabbia e rancore non esistono o almeno non traspaiono, solo il tono di voce più forte, più alto sottolinea alcuni frangenti, alcuni concetti. Esattamente come ha insegnato il suo leader, ha fatto tesoro di ciò che ha vissuto per trasmettere agli altri, per perdonare e provare a creare un Sudafrica migliore.
Non vi racconterò di più perché Robben island, va vista, va in qualche modo "vissuta”.

Cava lavori forzati dove lavorava Mandela
Cava dove lavorava Mandela























Fax simile schedario detenuti
Robben island - scheda detenuti























Mentre usciamo dalla sezione B, mi attardo nel corridoio ormai vuoto.

Robben island corridoio sezione B























Tutti gli altri già vanno verso il molo, siamo solo Andrea ed io, lui scatta le ultime foto mentre io commossa mi dirigo verso Itumeleng per stringergli la mano. Sono la solita frignona e con una lacrima che è di tristezza, ma anche di ammirazione gli chiedo di scrivermi il suo nome e le date della prigionia, Andrea ci raggiunge e lui ci chiede da dove veniamo.
Ringraziandolo gli diciamo che siamo italiani, onorati di averlo conosciuto e che, per quel poco che può valere, parlerò di lui sul mio blog.

Itumeleng Masekela
Itumeleng Masekela - ex detenuto politico







Reazioni:

2 commenti:

  1. Leggendo questo post mi son sentita stringere lo stomaco, come tutte le volte che leggo di Apartheid e della vita di Mandela. Mi è subito venuta in mente la scena di Invictus quando Pieenar entra nella cella di Mandela e allarga le braccia, occupando tutto lo spazio...una sensazione davvero terribile.

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    1. Ecco, in effetti era esattamente quello che volevo scatenare. Una reazione forte! Peccato che su facebook ci siano stati dei commenti del tipo "che ci andate a fare", " è un escursione da evitare" e altre cose di questo tipo.
      Peccato anche che questa sia storia, la nostra storia, quella della mia generazione e io non voglio più vedere una situazione tale.
      Quindi ne parlo e se avrò modo ne parlerò ancora.
      Grazie Michela per avere capito.

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